Wall Street Journal: Italia bloccata dalle categorie (tassisti, balneari e co.) Ma e’ veramente cosi’?

In un recente articolo dedicato all’economia italiana, il prestigioso giornale economico americano The Wall Street Journal addita la protezione di alcune categorie come principale causa della stagnazione economica negli utlimi 30 anni.

In particolare l’autorevole testata fa riferimento, con tanto di mensione nel titolo, alla categoria dei tassisti italiani, rei di ostacolare la concorrenza limitando il rilascio di licenze taxi e restringendo l’espansione di servizi di trasporto come Uber.

Le lunghe file per i taxi alla stazione di Milano, come nella foto di apertura del lungo articolo, sono il simbolo della stagnazione italiana, che da decenni non riesce a tenere il passo delle altre economie occidentali.

«Perché l’economia italiana non riesce a ingranare? Consideriamo le fila dei taxi» il titolo dell’articolo/reportage sullo stato economico del nostro Paese

«Trovare un taxi nella capitale finanziaria italiana comporta lunghe file e pazienza. Durante le fiere e le sfilate di moda è ancora più difficile: la domanda aumenta, ma il numero di taxi rimane invariato».

Per il noto giornale americano «per anni i tassisti italiani si sono messi al riparo dalla concorrenza facendo pressioni per limitare il numero di licenze per i taxi e per limitare le società di car-sharing come Uber. I sindaci che cercano di affrontare i tassisti possono andare incontro a scioperi e blocchi stradali che paralizzano le città».

Secondo il quotidiano di New York infatti «una delle ragioni principali della stagnazione italiana è il potere dei gruppi di interesse che ostacolano con successo gli sforzi per aprire alla concorrenza, l’innovazione e la produttività».

Ed è per questo che, secondo la Banca Mondiale, l’economia italiana è ancora sotto di un punto e mezzo al pil che aveva nel 2007, prima della crisi finanziaria mondiale.

Però «in questo periodo l’economia tedesca è cresciuta del 17%, quella francese del 13% e quella statunitense del 28%. Gran parte della stasi italiana può essere ricondotta alla mancanza di meritocrazia che permea il settore pubblico e privato».

Mai risolto, poi, il divario di genere nel mercato del lavoro: «In Italia», continua l’articolo, «il 55% delle donne in età lavorativa è occupato, il livello più basso dell’Unione Europea, secondo il servizio statistico dell’UE. Questo dato si confronta con l’80% della Germania e il 71% della Francia. Mentre vari fattori spingono verso il basso il tasso di occupazione in Italia, tra cui la mancanza di servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili, le norme portano molte donne a rinunciare alla carriera per crescere i figli».

Anche i giovani sono un grosso problema: “Un sistema radicato che premia l’anzianità rispetto alle competenze degli individui contribuisce anche alla mancanza di progresso economico dell’Italia. Il risultato è che quasi il 21% degli italiani di età compresa tra i 15 e i 34 anni non ha un lavoro, non studia e non segue una formazione, il dato più alto dell’Ue. Questo dato si confronta con il 13% della Francia e il 10% della Germania”

Rispetto ad altri Paesi occidentali, poi, l’Italia ha poche startup di successo internazionale e attira pochi finanziamenti dall’estero. “L’Italia figura a malapena nelle classifiche delle 100 migliori università del mondo e gli studenti italiani delle scuole superiori hanno risultati inferiori a quelli della maggior parte degli altri Paesi sviluppati”

Infine i balneari, su cui il governo Meloni si è scontrato con la commissione europea: «Le spiagge italiane offrono», spiega il WSJ, «un altro spaccato della mancanza di concorrenza e della resistenza al cambiamento.

Anno dopo anno, le stesse aziende pagano alle autorità pubbliche una piccola tassa per ottenere concessioni lucrative per affittare ombrelloni e sedie reclinabili ai bagnanti. L’Ue si è lamentata della mancanza di gare d’appalto pubbliche e delle entrate insignificanti che il governo italiano raccoglie per questi privilegi. I problemi delle spiagge e dei taxi italiani dimostrano che i problemi del Paese sono legati a leggi sbagliate, piuttosto che a una mancanza intrinseca di talento o di imprenditorialità nel Paese».

Il Wall Street Journal spiega che «In molte città italiane i tassisti hanno bloccato il rilascio di nuove licenze di taxi negli ultimi due decenni, proteggendo il valore della propria licenza ma rendendo difficile trovare un passaggio. Ma stanno perdendo la simpatia della nazione».

Il quotidiano racconta che «un tassista di Bologna è diventato un eroe sui social media quando ha sfidato questa narrazione pubblicando i suoi incassi giornalieri su X, l’ex Twitter. La sua popolarità è cresciuta solo questo mese, quando la sua cooperativa di taxi lo ha sospeso per una settimana per aver danneggiato la sua immagine».

Il noto quotidiano sicuramente ha il pregio di puntare il dito sui privilegi di alcune categorie, trascurandone pero’ tante altre come per esempio i farmacisti, superprotetti con il loro monopolio nella vendita dei farmaci ed i vincoli territoriali per poter aprire nuove attivita’ e quindi aprire ad una vera concorrenza virtuosa

Anche i notai, se pur toccati piu’ volte negli ultimi anni, godono ancora di monopoli esclusivi in noti ambiti, quando per molte incombenze “burocratiche” basterebbe un ufficio pubblico minimamente organizzato e a costo zero per la collettivita’

Ci sono pure, anche se in minima parte, gli avvocati italiani nella lista nera delle corporazioni autoreferenziate

Il neo presidente argentino Milei sta approvando una serie di liberalizzazione tra cui quella legata alla separazione tra coniugi: bastera’ andare in un ufficio pubblico per dichiarare la volonta’ di separarsi, senza passare, come avviene ancora oggi in Italia, da un avvocato per la procedura “assistita” o persino da un giudice per un’omologa, quando si e’ gia’ daccordo su tutto

Potremmo continuare a lungo perche’ – in effetti – quello che denuncia il prestigioso quotidiano economico e’ tutto vero, “tutto giusto”, con una serie di riflessioni pero’, che l’articolo sembra ignorare

Il presupposto del pezzo e’ che la liberalizzazione dei vari mercati sia automaticamente sinonimo di sviluppo virtuoso e di modernita’ ma – analizzando proprio il caso citato dei tassisti (ma la stessa valutazione si potrebbe applicare ad altri ambiti) – probabilmente una liberalizzazione delle licenze porterebbe semplicemente all’ingresso nel mercato di grandi multinazionali internazionali, come appunto Uber, capaci di imporre abusi di posizione dominante e condizioni lavorative peggiorative

E abbiamo visto in più di un’occasione come tali grandi soggetti, pur operando sul mercato italiano, spesso si guardino bene dal corrispondere il dovuto al fisco. E, cosa ancor più grave, è evidente come essi spesso provochino anche un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e una restrizione dei loro diritti.

Probabilmente se, come denuncia il The Wall Street Journal, in Italia si ha da 30 anni una stagnazione dell’economia, forse le cause andrebbero anche ricercate nella progressiva restrizione alla libertà di manovra del Belpaese in ambito economico, causata dalla sempre maggiore sudditanza ai paletti e ai vincoli europei

Le autodifese e la chiusura delle corporazioni italiane, limite culturale radicato e assolutamente ingiusto, sono indubbiamente uno dei problemi economici del nostro Paese, ma sicuramente non il principale

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