Mourinho, cronaca di un esonero annunciato. I numeri e le gesta del “mago di Setubal” alla Roma

Si chiude dunque con un esonero l’era Mourinho a Roma. Fatale, per il portoghese, è risultata l’ennesima sconfitta in campionato di questa travagliata stagione, seguita di pochi giorni all’eliminazione in coppa Italia nel derby.

Una delusione, quest’ultima, che rappresenta per certi versi la cifra tecnico-agonistica dei giallorossi in questi tre anni: tanti lanci, pochissimo gioco palla a terra, il primo tiro in porta all’87’, una bagarre continua, risse, provocazioni, proteste.

Il mago di Setubal chiude la sua esperienza romana con 96 panchine: 44 vittorie, 23 pareggi, 29 sconfitte, per una media punti a partita di 1,61, la più bassa sulla panchina della Roma nell’era dei 3 punti.

Lascia la squadra al nono posto, dopo il sesto dell’anno scorso (con la Juve penalizzata) e il settimo della prima stagione. Un dato che peggiora ulteriormente nei confronti con le big: in tre anni un solo successo contro Inter, Juve e Napoli, nessuno contro il Milan; nei derby una sola vittoria e quattro sconfitte.

In Coppa Italia va anche peggio, con la squadra sempre eliminata ai quarti, l’anno scorso addirittura battuta in casa dalla Cremonese. Solo in Europa si sono visti risultati diversi: vittoria in Conference (una competizione oggettivamente frequentata da squadre di modesto livello) e finale di Europa League persa ai rigori, in una serata con mille polemiche arbitrali.

Uno score molto negativo dunque, tanto più per uno con la patente di “risultatista”,eppure questi numeri non fotografano appieno il fallimento di Mourinho.

In un’epoca in cui squadre come Bologna, Monza o Sassuolo riescono a stare in campo senza subire neanche dalle squadre di vertice, il tecnico di Setubal ha riproposto lo stesso calcio arrangiato di 15 anni fa, un’altra era geologica.

La Roma in questi tre anni non ha mai provato a vincere dominando gli avversari, non ha mai sviluppato un sistema di gioco organizzato, ha sempre pianificato le proprie partite difendendosi a pieno organico – anche contro avversari di modesta caratura – e aspettando un evento favorevole, come un calcio d’angolo o un lancio su Lukaku con preghiera annessa.

In questi anni Mou ha rinunciato a elementi come Veretout o Pedro, forti tecnicamente ma non strutturati fisicamente, in favore di profili come Bove e Paredes, preparati a un calcio da battaglia; e i vari Mikitarian, Wijnaldum, Aouar e Sanches hanno sempre faticato a trovare una collocazione adeguata alla loro classe sullo scacchiere giallorosso.

Le partite si sono spesso trasformate in autentiche corride, in cui si è visto pochissimo calcio ma tante risse, scontri, e gazzarre. E proteste arbitrali, soprattutto.

Gli arbitri, bersaglio costante di Mou, in campo e fuori. Chiamati in causa in ogni sconfitta della Roma, persino dopo un 4-0 subito a Udine o nella serata del tracollo di Cremona, con i tifosi chiamati alla “panolada” per accusare il quarto uomo Serra, reo di avergli rivolto parola con le mani in tasca, in modo irriverente.

Eppure, come abbiamo spesso evidenziato nelle nostre cronache settimanali, la Roma in questi tre anni ha beneficiato di un rispetto da parte degli arbitri raramente visto nella sua storia.

Lo dicono tutti i numeri analizzati, dai cartellini ai rigori, ma soprattutto lo dice l’evidenza empirica dei match dei giallorossi, soprattutto quelli all’Olimpico. Arbitri come principale alibi, dunque, ma non solo loro.

Per giustificare i fallimenti Mou ha chiamato in causa tanti altri soggetti. La Lega Calcio e la UEFA, accusate per i calendari, ma anche per certe regole sgradite.

La dirigenza della Roma, chiamata spesso in causa da Mou per non averlo difeso come lui avrebbe voluto; talvolta persino derisa per non averne assecondato tempestivamente le esose richieste, in un triennio in cui l’impegno economico dei Friedkin è stato forse il più elevato nella storia del club: dopo il primo mercato in cui sono stati spesi circa 100 milioni, sono arrivati campioni del calibro di Dybala, Lukaku, Wijnaldum, Matic, Sanches, Belotti, Azmoun.

Talvolta poi Mou ha puntato l’indice contro i suoi stessi giocatori, come Karsdorp, accusato di scarso impegno dopo un pareggio a Sassuolo, o come le seconde linee della rosa, chiamate a rispondere di un rovinoso 6-1 contro una modesta squadra norvegese

In dissidio perenne insomma, contro chiunque: l’ultima immagine che Mourinho ci lascia di sé è quella di un allenatore impegnato a litigare con i raccattapalle della Lazio, per tutto il secondo tempo di un derby in cui la Roma non riusciva a superare la metà campo.

In tre anni non ricordiamo una sola volta in cui lo abbiamo sorpreso intento a suggerire uno schema, a indirizzare una tattica offensiva.

Tra tanti demeriti, bisogna riconoscere che in queste tre stagioni Mou ha saputo cementare intorno a sé una coesione mai vista a Roma, all’interno e all’esterno dello spogliatoio.

La squadra è sempre stata dalla sua parte, tra i giornalisti raramente si sono levate critiche, e, soprattutto tra i tifosi, il mago di Setubal ha goduto di un consenso di cui non avevano beneficiato neanche “mostri sacri” del calibro dí Liedholm, Capello, Spalletti e Ranieri.

L’Olimpico sempre pieno – come non si era mai visto neanche negli anni d’oro di Falcao, Totti e Batistuta – è sicuramente un suo merito. Personaggio divisivo per antonomasia, accolto come un re, Mourinho è riuscito a catalizzare intorno a sé una devozione messianica con pochi eguali.

La strategia dell’accerchiamento, le manette, la contrapposizione al potere: probabilmente il portoghese ha saputo impersonare il tifoso romanista più passionale, ma anche poco lucido, non incline a riconoscere gli errori e i limiti della squadra, abituato a ricercare alibi e giustificazioni agli insuccessi.

Un calore e una passione che da sempre costituiscono una zavorra, un handicap per una tifoseria e un ambiente, figuriamoci per un allenatore, che, probabilmente, ha fatto più proseliti insultando Taylor dopo la finale persa a Budapest che alzando la coppa a Tirana un anno prima.

Il portoghese chiude dunque anche questa esperienza con un esonero, l’ennesimo di una carriera ormai al crepuscolo.

L’abbiamo visto lasciare Trigoria in lacrime, una scena che in qualche modo ricorda il pianto con cui si congedò da Materazzi e dall’Inter a Madrid. Difficile riconoscere questo Mourinho in quello spavaldo e guascone che derideva i colleghi con il famoso “zeru tituli”.

Il portoghese nell’ultima conferenza stampa ha fatto presente di non essere Harry Potter. Per fare meglio, probabilmente, non serviva un mago. Al suo posto arriva De Rossi.

In un’intervista di qualche tempo fa, proprio Capitan Futuro, alla domanda su quale dovesse essere l’obiettivo stagionale della Roma, rispose: “la Roma avrà raggiunto il suo obiettivo se a fine stagione sarà riuscita a non far stancare di se’ anche Mourinho”. Alla fine è stata la Roma a stancarsi di lui.

Diego De Mattia

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