L’Italia piange, stretta tra la morsa di salari da fame (fermi ai 90) e costo della vita in aumento

Il vero problema per l’economia italiana non è tanto la disoccupazione, che pur incide, quanto i salari “da fame”, ed ha certificarlo e’ ancora una volta l’Ocse sui dati annuali Eurostat

Il nostro paese è infatti quello in cui i salari reali, cioe’ il rapporto tra stipendi e costo della vita, sono diminuiti di più tra le grandi economie: -7,3% nel 2022 rispetto all’anno precedente.

Se si pensa poi che gli italiani incassano come stipendio meno di quanto guadagnavano nel 1990, il dato e’ a dir poco allarmante.

L’Italia è intrappolata da tempo in una spirale di salari troppo bassi, con redditi medi sotto ai livelli degli anni ’90, ed un costo della vita troppo alto, complice anche l’aumento del costo dell’energia e della benzina degli ultimi due anni

C’è una vasta area di povertà fatta di chi non ha un contratto fisso e spesso finisce travolto nel girone infernale dei “finti tirocini” e dei “contrattini” a termine

L’Inps ci dice che questa vasta area e’ composta da ben due milioni di lavoratori e fatta di contratti stagionali e a “cottimo”, in cui la quota del “nero” è molto rilevante, per usare un eufemismo

L’alta inflazione generata dal blocco Covid prima e dalle speculazioni legate alla guerra in Ucraina e agli accordi chiusi a doppia mandata con la Russia poi, ha aggravato un problema macroeconomico di cui l’Italia gia’ soffriva da decenni

La chiave di svolta, lo dicono tutti gli economisti, sarebbe l’aumento della produttività, ma il Paese delle piccole e medie imprese ha subito duri colpi, soprattutto nell’export, oltre a patire una lenta deindustrializzazione con aziende chiave – vedi Fiat – che hanno esportato tutto quello che potevano esportare per pagare meno la forza lavoro, lasciando solo qualche centro produttivo ancora attivo, peraltro falcidiato da licenziamenti e cassa integrazione

Sin dal 2001 infatti, anno in cui e’ entrato in vigore l’Euro ed il sistema dei cambi fissi intra-europei, si e’ annullata in un colpo solo la nostra eccezionale “svalutazione competitiva”: quel mondo economico e industraile virtuoso e prettamente italiano nel quale a bassi costi per gli altri paesi (Stati Uniti, Oriente e Russia in particolare ma anche Francia e Germania) corrispondeva una produzione – il famoso “made in Italy” – di eccellenza

Poi e’ arrivata la crisi finanziaria del 2008 dagli Stati Uniti con le banche – anche quelle italiane – che hanno chiuso i rubinetti dei prestiti, in particolare alle PMI, per le note regole stringenti di Bruxelles (Basilea 1-2 etc)

La mazzata finale l’ha comunque data – senz’altro – la lunga stagione dei lockdown, dove, in particolare, centinaia di migliaia di piccole imprese, aziende familiari, attivita’ commerciali, hanno dovuto arrendersi e alzare bandiera bianca

In Italia, poi, c’e’ un atavico problema di “manodopera”. La forza lavoro, infatti, e’ spesso anziana (anche per le note riforme come quella Fornero che hanno portato il pensionamento alla soglia degli 80 anni), e poco istruita, risentendone anche la produttività.

La disoccupazione giovanile, segno inequivocabile di un sistema Paese malato, e’ fissa a due cifre da decenni.

Se parametriamo tutto al 2008, anno della crisi finanziaria che – come ricordato – travolse il sistema finanziario e di conseguenza bancario americano, i salari italiani sono più bassi del 12% in termini reali, come spiega il ‘Global Wage Report’ presentato dall’Ilo, l’Organizzazione internazionale del Lavoro.

La retribuzione media, a parità di potere d’acquisto tra tutti i Paesi del mondo, da noi è poco superiore alla soglia dei 35 mila euro mentre la media Ocse è superiore ai 46 mila euro.

Soluzioni per un’economia disastrata come quella italiana? Non semplici e nemmeno immediate, ma qualcosa si potrebbe iniziare a fare.

Abbassare “seriamente” il cuneo fiscale, incentivare “seriamente” le nuove assunzioni con una detassazione completa almeno nei primi 5 anni di lavoro del giovane, investire sulla riqualificazione idrogeologica (di cui gioverebbero tutti) e sulle piccole opere pubbliche (per le grandi spesso c’e’ tanta speculazione e anche infiltrazioni criminali), tassare le grandi imprese semi-monopolistiche e le rendite di posizione, ancora dure a morire in Italia.

Tutto questo – e altro – condito da una grande, capillare, nuova stagione di liberalizzazioni in tutti i settori: dalle professioni, alla telefonia, fino ad arrivare ai servizi al cittadino

Qualcuno ci provera’ ? Lo speriamo, perche’ non basta il ministero del Made in Italy ne tantomeno il liceo per riprendere in mano il destino economico di un Paese “bello e dannato” come il nostro

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