La guerra di Israele: difesa o vendetta?

Seimila bombe in sei giorni. Più di 1900 vittime palestinesi, tra cui 614 bambini e 370 donne.

Undici membri dell’ONU uccisi dai “democratici” bombardamenti israeliani. Più di 1500 palazzi colpiti e abbattuti a Gaza. Altri 50 palestinesi uccisi in Cisgiordania.

Imprecisato il numero di vittime di un altro bombardamento a Gaza su 200 civili – molte donne e bambini- che, dopo l’ordine di evacuazione, stavano cercando di lasciare il nord della Striscia.

Nei bombardamenti a sud del Libano è stato ucciso un reporter della Reuters. Bombardati anche gli aeroporti di Damasco e Aleppo, in Siria.

Tra gli ordigni utilizzati dall’IDF, anche bombe al fosforo bianco, da tempo bandite dalle convenzioni internazionali.

È questo solo un parziale bilancio, che purtroppo si aggiorna di ora in ora, della reazione militare di Israele all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre: “Il diritto alla difesa”, come viene da sempre definito.

Un ossimoro che contrasta con tutte le evidenze degli ultimi 75 anni in Palestina e nei territori occupati.

Un ossimoro che si è scontrato con tutte le leggi del diritto internazionale, con le innumerevoli risoluzioni ONU di condanna alla politica di Israele, con le convenzioni dì guerra e, in definitiva, con l’etimologia stessa della parola “difesa”: questo è il “diritto” di colpire inermi popolazioni, palazzi, ospedali, università, e ogni genere di infrastruttura civile, con la sola giustificativa eventualità di centrare anche bersagli di Hamas.

È il diritto alla rappresaglia, alla vendetta: una barbarie che noi italiani abbiamo conosciuto con il nazismo, e che, almeno nei numeri, non ha mai avvicinato queste proporzioni. Una rappresaglia che invece qui va periodicamente in scena dal 1948.

Da giorni ormai Gaza è senza luce, acqua, rifornimenti di cibo, carburanti. La popolazione è stata invitata a lasciare la Striscia, per quella che sarebbe una migrazione di massa che lo stesso Borrell – Rappresentante UE per gli Esteri – ha definito impraticabile, ma che nella realtà serve solo come giustificazione anticipata dei massacri che ci saranno.

È una reazione talmente sproporzionata che persino i più fervidi sostenitori della politica coloniale israeliana, gli USA, hanno invitato, per bocca di Blinken, alla moderazione, a una risposta in cui “una democrazia si debba distinguere dai terroristi per gli standard applicati”: è questo un monito che, a un attento ascoltatore, dovrebbe suonare già come una terribile accusa.

Attorno a questa tragedia, le grandi potenze tornano a polarizzarsi su due blocchi.

La Russia ha da sempre eccellenti rapporti con Israele, ma in questo caso Putin si è spinto a paragonare l’assedio di Gaza a quello di Leningrado da parte dei nazisti, e non troppo lontana da queste posizioni la stessa Cina, che ha evidenziato le colpe della politica di Netanyahu.

Dall’altra parte la politica europea appare sempre più schiacciata sulle posizioni atlantiche. Il mondo non è mai stato così vicino alla Terza Guerra Mondiale.

Il venerdì, giorno sacro nel mondo islamico, ha visto le piazze di tutto il mondo riempirsi per manifestare solidarietà ai palestinesi.

Dal Pakistan alla Malesia, dall’Egitto allo Sri Lanka, ma non solo nel mondo arabo: in tutte le principali città europee e negli USA la gente è scesa in piazza per chiedere a Israele di fermarsi.

In Italia, se da parte del Governo vi è sostegno incondizionato a Israele e si paventano leggi e censure per chi manifesta a favore della causa palestinese – come in Francia – il PD si fa notare per la sua assenza dal dibattito, come ogni volta in cui sono in gioco questioni di un certo peso: quanta distanza dal PCI che fu, da Berlinguer che, dopo il massacro di Sabra e Shatila, non esitò a definire “peggio dei nazisti” gli autori di quella tragedia.

Peggio ancora, se possibile, la stampa italiana, che ha praticamente replicato lo schieramento compatto e bellicista già visto nella guerra in Ucraina, con poche eccezioni che possiamo definire quasi eroiche, in un mondo in cui uno dei giornali più venduti arriva a definire i kibbutz “avamposti di resistenza”.

La stessa stampa israeliana si mostra da tempo molto più obiettiva nell’analizzare le cause di questa tragedia.

Haaretz non ha usato mezzi termini per sottolineare che l’attacco di Hamas è figlio delle atrocità di Israele a Gaza, e della politica di apartheid di Tel Aviv.

Gaza è sotto assedio da 17 anni. È, di fatto, una prigione a cielo aperto in cui le condizioni e le prospettive di vita sono disumane.

Viene tenuta in questo stato dagli israeliani, che da sempre decidono se fare arrivare acqua, viveri, elettricità; decidono della vita di ogni palestinese, che può essere ucciso o arrestato anche senza un’accusa.

Una politica miope, di uno Stato che non ha mai avuto una strategia, se non quella di imporre con la violenza la propria superiorità militare, continuando a invadere territori palestinesi e depredando persino i musulmani a Gerusalemme.
Ha provato a fare una pace con gli accordi di Abramo, con l’intento di isolare l’Iran e Hamas. Ma la pace bisogna farla con il nemico, non con i suoi veri o presunti amici, e questo lo capirebbe anche un bambino.

Seguendo l’antico adagio “divide et impera” , Netanyahu in questi anni ha favorito anche l’escalation di Hamas, per isolare l’ANP, che infatti non ha più ormai alcuna credibilità a Gaza.

Israele, Il Paese delle startup, ha rinunciato a lanciare l’unica startup che avrebbe consentito il vero, reciproco benessere: lo Stato di Palestina.

Solo favorendo lo sviluppo del vicino, solo offrendogli un’alternativa alla barbarie di Hamas, gli israeliani potranno vivere senza dover temere i palestinesi e senza il risentimento di tutto il mondo islamico.

Allora, per concludere questo articolo, prendiamo a prestito le parole di un illustre israeliano, Amos Oz, che meglio di chiunque altro sintetizza la questione tra le righe del suo ultimo romanzo: ‘Giuda’.

“Atalya lo guardò in tralice, dalla chaise long, e come sputando le parole tra le labbra disse: Volevate uno Stato? Volevate l’indipendenza? Bandiere e divise e banconote e tamburi e trombe. Avete sparso fiumi di sangue innocente avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case, avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler dritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno Stato di ebrei. E guardate che cosa avete ottenuto.”

Vergin Di Servo

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