Gravina & Spalletti, cronaca di un disastro annunciato!

Un disastro. Non c’è altra definizione per la fallimentare spedizione italiana all’Europeo in Germania.

Quattro partite in cui, al netto di una discreta mezz’ora contro i modesti albanesi, la nazionale azzurra ha mostrato tutta la sua pochezza, evidenziando ancora una volta lo stato di profonda crisi in cui versa tutto il movimento calcio nostrano.

Una debacle non certo imprevedibile, alla luce di ciò che erano stati prima la lezione di calcio inflitta dalla Spagna, poi il pari last-second contro la Croazia, eppure inaspettata per i modi e le proporzioni con cui si è manifestata.

“Qualche cosa ho sbagliato” ha detto Spalletti dopo la partita, senza però entrare nel merito dei suoi numerosi errori.

Il mestiere di CT è assai diverso da quello di allenatore di club, e il tecnico di Certaldo avrebbe dovuto saperlo bene.

Invece ha rovesciato nel ruolo tutto il peggio del proprio repertorio, quell’umoralita’, quella costante inclinazione allo scontro, quella perseverante ricerca di nemici, dentro e fuori dallo spogliatoio: caratteristiche, queste, che da sempre hanno zavorrato il suo percorso nei club.

Per contro, non è stato capace di comunicare il suo notevole bagaglio di conoscenze tattiche, le sue capacità quasi uniche di trasferire idee da una lavagnetta al rettangolo di gioco, che ne hanno fatto uno dei più profondi innovatori del calcio degli ultimi vent’anni.

Il continuo avvicendamento di moduli e interpreti ha tolto ogni certezza ai nostri, ha cancellato i riferimenti e le conoscenze di calcio anche a elementi affidabilissimi come Barella e Dimarco.

Ma al di là dell’aspetto tattico, è soprattutto l’atteggiamento degli azzurri che proprio non ci è piaciuto: scarichi, poco reattivi, senza quell’orgoglio e quella voglia di vender cara la pelle che da sempre ci contraddistinguono.

Dopo un primo tempo in cui non si riuscivano a fare tre passaggi di fila, in cui sembrava un mezzo miracolo passare la metà campo, ci saremmo aspettati una ripresa all’assalto: il modo in cui abbiamo incassato il raddoppio al 46’ – quasi senza colpo ferire – è una umiliazione che non merita ulteriore commento.

Non avevamo grandi campioni, vero. Ma di fronte non c’erano Mbappe’ o Bellingham, ma solo un gruppo compatto di ottimi giocatori.

In cui tutti remavano dalla stessa parte e ognuno sapeva quello che doveva fare: una squadra che una settimana prima aveva pareggiato a fatica con la Scozia, per intenderci…Inutile, di fronte a questo tracollo, parlare dei singoli: a parte Donnarumma, nessuno è stato all’altezza.

Ma un paio di situazioni le dobbiamo sottolineare. L’impiego minimale di Zaccagni: il laziale era stato tra i pochi sufficienti nei 20 finali contro la Spagna, aveva prolungato il soggiorno tedesco con un eurogol alla Croazia, sembrava scontato che fosse lanciato titolare; da subentrato nella ripresa ha creato, in collaborazione con Cristante, l’unica nostra palla gol, fallita da Scamacca.

E poi Fagioli, l’uomo delle polemiche. Condannato per il noto scandalo scommesse, prima della Svizzera aveva nelle gambe una sola partita da titolare negli ultimi 9 mesi.

Il suo impiego dal primo minuto in quello che è il ruolo chiave nello scacchiere di Spalletti (per sua stessa ammissione) non è solo una scelta folle e incomprensibile, è la nemesi di tutta la gestione Gravina-Spalletti.

Intendiamoci: avremmo certamente perso anche se in regia ci fossero stati Pirlo o Xavi. E poco aggiunge a questo discorso il fatto che proprio il centrocampista bianconero sia stato protagonista in negativo di entrambi i gol svizzeri (gravissimo in particolare il modo in cui perde Freuler sull’1-0).

Fagioli è l’emblema di una Federazione che gli ha consentito di essere in campo patteggiando una squalifica per un reato ignobile.

Una Federazione che da oltre quindici anni ha imboccato un tunnel di cui non si vede l’uscita, e che sotto la gestione Gravina negli ultimi 2 anni ha conosciuto una serie indicibile di vergogne e fallimenti.

L’esclusione dai mondiali, la seconda di fila; gli scandali della Juventus, con Gravina impegnato prima a silenziare poi a ridimensionare gli effetti della squalifica, con un patteggiamento immondo e una difesa di parte degna di miglior causa; i fallimenti della scorsa estate, dell’Under21 esclusa al primo turno degli europei e della nazionale femminile eliminata ai mondiali nell’assenza dei vertici federali; e il caso Mancini, che evidentemente ci aveva visto lungo e ha preferito abbandonare la barca prima che affondasse, con Gravina anche allora spettatore inerte.

Di fronte a questo tracollo, che avrebbe indotto persone più responsabili alle immediate dimissioni, Gravina si è subito speso per confermare Spalletti alla guida del progetto-Italia. E se stesso, naturalmente.

Invocando, principalmente,l’indipendenza dello sport dalla politica, che e’ senz’altro un valore da preservare. Ma non può essere certo invocata da chi da sei anni occupa questa posizione preoccupandosi di compiacere i suoi danti causa, quelli che lo hanno portato alla presidenza e quelli che gli consentono di restarci, invece che di dare impulso e sviluppo al calcio italiano.

Chiedere a Gravina e Spalletti di dimettersi al più presto ha proprio questo senso: chiedere alle rispettive coscienze un atto di sensibilità istituzionale, di fronte ai propri fallimenti, prima che altri debbano intervenire d’autorità.

Tempo sprecato, evidentemente.

Di Diego De Mattia

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