Finale scudetto: Milano vince grazie agli arbitri ma e’ il basket italiano a perdere credibilita’

Basket o farsa? Milano vince grazie agli arbitri, ma lo sport ne esce sconfitto, con le ossa rotte!

Trentanove minuti, cinquantotto secondi sul cronometro. Milano è avanti di tre. Napier devia fuori la palla non trattenuta da Abbass.

E’ pacifico, evidente, nessuno protesta. Messina chiede un timeout, pur avendoli esauriti (e solo questo dovrebbe costargli il tecnico).

Gli arbitri vanno al monitor, e tutti sono convinti che ci vadano per vedere quanto tempo resta da giocare. Poi all’improvviso, l’impensabile.

Impensabile, intendiamoci, solo per chi non ha visto i 39’ e 58” precedenti. Un arbitro indica l’ovvio, rimessa Virtus.

L’altro, l’ineffabile Paternico’, una carriera con tante ombre e pochissime luci, indica rimessa Olimpia. E guarda brutto il suo collega, ricordandogli chi è che comanda in campo.

Vi abbiamo descritto l’ultima, in ordine di tempo, di una sconcertante serie, senza precedenti, di indecenze della terna arbitrale, che non ha indirizzato la gara: l’ha letteralmente decisa.

Dal primo all’ultimo minuto di gioco praticamente qualunque fischio ha favorito i milanesi, ha ribattuto colpo su colpo a ogni tentativo della Virtus di rialzare la testa.

Vi abbiamo raccontato l’ultima azione, ma la penultima è forse ancor più vergognosa e decisiva: gli arbitri fischiano un tocco di piede di Shengelia, ma si vede benissimo che ce n’è uno precedente di Mirotic.

Oppure potremmo raccontarvi di un fallo di cui lo stesso Mirotic si autoaccusa, alzando un braccio, ma che la terna non fischia.

O di un paio di penetrazioni di Hines e Napier, che riscrivono la regola del terzo tempo, trasformandolo in quarto o quinto.

Ma ci vorrebbero pagine e fiumi d’inchiostro per elencare tutte queste nefandezze.

Una inqualificabile serie di sconcezze che i numeri (18 liberi tentati da Milano contro 12 della Virtus) non possono rappresentare, se non in modo marginale.

E’ una partita che non merita di essere commentata dal punto di vista tecnico. Le V nere, questo va sottolineato, hanno disputato una gara mostruosa, tenendo testa con cinque uomini a otto avversari decisi a tutto per sconfiggerli, mostrando chiaramente a tutti chi è il più forte in campo, chi avrebbe largamente meritato la vittoria.

Una prova che non esitiamo a definire eroica da parte dei vari Pajola, Mickey, Shengelia, Belinelli, Lundberg, senza temere di sconfinare nella retorica.

“Vogliamo arbitri all’altezza delle finali”. Questa dichiarazione di Christos Stavropoulos aveva fatto da preludio alla serata.

Il DG di Milano evidentemente si riferiva a questo genere di fischietti, in grado di dare un sostanzioso aiuto alla sua squadra, diversamente dalla neutralità degli arbitri di gara 1 e 2.

Una vergogna annunciata, dunque. Sicuramente temuta da molti, da noi stessi (che nel precedente articolo ci auguravamo di vivere una serata senza menzionare gli arbitri), ma certo non in queste grottesche, impensabili proporzioni.

Basta fare un giro sui social, in particolare sulle pagine della LBA – sommerse di insulti agli arbitri – per capire il danno che questa serata ha provocato.

Una vergogna che toglie credibilità alla competizione e a tutto il movimento del basket italiano, già pesantemente segnato da una crisi che perdura da almeno 10 anni, da quando Siena inanellava scudetti in maniera più o meno analoga a quella vista ad Assago.

Sappiamo come finì quella triste stagione dello sport italiano, con Minnucci in manette e la Mens Sana spazzata via dalla geografia del basket.

Il destino naturale di chi partecipa a una competizione prevaricando i valori della lealtà sportiva.

Vedremo quale sarà a questo punto la reazione del club di patron Zanetti. A nostro avviso è necessaria una risposta dura a questa serata vergognosa.

Il minimo sindacale, a nostro avviso, sarebbe richiedere l’immediato azzeramento dei vertici federali, da troppo tempo complici neanche troppi silenziosi di queste sconcezze.

Le facce disorientate e in qualche modo sconcertate di alcuni giocatori dell’Olimpia ci fanno immaginare che una vittoria così, raccolta nella spazzatura di una serie finale prima di ieri bellissima, non possa riempire d’orgoglio e di felicità i cuori.

Soprattutto quelli di campioni come Mirotic e Hines, abituati a scenari diversi da quelli farseschi e insensati della Unipol Arena.

Un’impressione che ci lascia una sola certezza: in serate come questa nessuno può dirsi vincitore.

Lo sport sicuramente ne esce sconfitto, senza appello

Diego De Mattia

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