Faida per l’eredita’ Agnelli: trovate prove del conto svizzero per un miliardo di dollari

Margherita Agnelli, la figlia di Giovanni Agnelli (per tutti Gianni – l’Avvocato, anche se il titolo non e’ che un soprannome, visto che non fu mai realmente conseguito) vede oggi uno spiraglio di luce dopo 20 anni di battaglie legali nei confronti dei suoi figli per ricomporre l’asse ereditario dopo la morte del padre avvenuta nel Gennaio 2003.

La Procura di Torino e la Guardia di finanza del capoluogo sabaudo, infatti, avrebbero trovato le prove di quello che la signora Margherita saprebbe da decenni e che la procura di Milano aveva gia’ attenzionato, ossia che l’eredità del padre e’ molto più consistente di quanto a lei, erede legittima insieme con la madre Marella (consorte di Gianni Agnelli al momento del decesso) e’ stato detto e sin’ora corrisposto

Gli uomini della G.F di Torino infatti, dopo un accesso negli uffici della ‘P fiduciaria’, una delle tante societa’, secondo l’accusa, utilizzate dagli Agnelli e poi Elkann per nascondere parte dei propri beni, avrebbero trovato documenti contabili sulla presenza di fondi “occultati” alla massa ereditaria per circa 1 miliardo di dollari.

Una cifra enorme, lievitata anche dopo la morte dell’Avvocato, di cui la figlia Margherita aveva sempre sospettato l’esistenza e che fu oggetto di varie rogatorie dalla procura di Milano negli anni duemila.

Giovanni Agnelli detto Gianni

Tutto inizia dai sospetti che oltre vent’anni fa aveva suscitato in Margherita la lista delle società off-shore che le era stata consegnata, alla morte del padre Giovanni, dal commercialista svizzero Siegfried Maron, il presunto gestore dei fondi esteri e uomo di fiducia, per un valore di circa 584 milioni di dollari.

Dal 2002, infatti, risultavano accesi tre conti riconducibili a Gianni Agnelli, con sopra circa 411 milioni di euro. Uno era intestato alla Sikestone, che per Maron, avrebbe avuto in pancia quasi 92 milioni.

Margherita nel 2004 – da uno di quei conti accessi presso la filiale della banca d’affari Morgan Stanley di Zurigo in Svizzera – aveva ricevuto, a titolo di eredità, oltre 109 milioni di euro pur non conoscendo il rapporto bancario.

Per questo i magistrati di Milano dell’epoca, che indagavano su tutt’altro (una parcella pagata in nero dalla stessa figlia di Gianni al suo avvocato), convocarono la donna.

In quell’occasione Margherita, che si autodefiniva davanti agli inquirenti una “casalinga”, rivelo’ che era stata beneficiaria di un bonifico di oltre 100 milioni di euro provenienti da Morgan Stanley filiale di Zurigo. “Quando ho richiesto alla banca spiegazione sul conto di provenienza mi è stata negata ogni informazione» aggiunse poi

Per i pm milanesi la reticenza della banca, «che ha sempre negato l’esistenza di conti riferibili a Giovanni Agnelli, era dettata dalla volontà di occultare denaro che costituiva il provento di appropriazioni indebite commesse in danno di società e soci del gruppo industriale facente capo alla famiglia».

Per le toghe milanesi quella «volontà di occultamento è dimostrata in modo inconfutabile dalle dichiarazioni rese anche da Paolo Revelli».

Questo misterioso Dott. Revelli, amico della figlia dell’avvocato e dirigente della banca svizzera, fu sentito come testimone dalla Procura milanese nel lontano dicembre 2009.

“Va evidenziato che Revelli ha fatto presente che, specialmente nel passato, capitava che gli esponenti di grandi famiglie non figurassero come beneficiari economici dei conti che erano nella loro disponibilità” scrivera’ l’accusa, aggiungendo che “il testimone riferisce che in Morgan Stanley era noto, a tutti coloro che appartenevano alla sua divisione, che presso la filiale di Zurigo all’avvocato Agnelli era riferibile una provvista tra ottocento milioni e un miliardo di euro. È verosimile che tale patrimonio fosse fiduciariamente intestato oltre che detenuto per il tramite di molteplici veicoli. Ma è certo che ad occuparsene era Siegfrid Maron (il commercialista/fiduciario di Gianni Agnelli n.d.r)”

Pur essendo ancora in corso accertamenti relativi alla formazione di questo enorme capitale, da collocarsi – stando alle dichiarazioni di Revelli e di Margherita Agnelli – a partire dal 1998/1999, scrive la procura, “è certo che le somme derivino da rimesse provenienti dalle società italiane del gruppo industriale riferibile alla famiglia Agnelli, senza che di esse vi sia la minima traccia in contabilità”

Nella sua testimonianza Revelli spiega: «Nel corso dei vari anni in Morgan Stanley sono venuto a conoscenza di vari conti di rilievo, tra i quali il conto presso la filiale di Zurigo dell’avvocato Giovanni Agnelli. Presso la banca il funzionario che se ne occupava era Adolf Brundler che era uno dei managing director della divisione. Gianni Agnelli era il beneficiario del conto e chi si occupava della gestione della posizione per conto di Gianni Agnelli era Siegfried Maron. Alla fine degli anni Novanta la consistenza di questo conto era tra gli ottocento milioni e il miliardo di dollari».

A questo punto Revelli, come risulta dal verbale della procura di Milano, si sofferma sulla figura di Brundler e di come lui fosse venuto a conoscenza del tesoretto segreto dell’Avvocato.

Il punto di partenza è l’improvviso licenziamento dello stesso Brundler da Morgan Stanley Zurigo.

Spiega Revelli che «Brundler aveva inviato un fax a Maron nel quale confermava al commercialista/fiduciario di Gianni Agnelli che – dopo la formale richiesta degli eredi dell’Avvocato – egli avrebbe negato l’esistenza di quel conto».

Ma c’e’ un colpo di scena, tanto importante quanto ridicolo: Brundler commette un errore e viene licenziato. Lo riferisce sempre Revelli: «La disavventura di Brundler fu che dimenticò il documento nel fax e fu recuperato da Sven Spiess che – neanche a farlo apposta – era a capo della compliance della banca svizzera (il settore legale della banca che si occupa del rispetto della legge, n.d.r).

I verbali della Procura di Milano che tornano di attualita’

La ricostruzione del testimone della curiosa e determinante vicenda prosegue: «La data del fax di cui stiamo parlando è del febbraio 2004. Il licenziamento di Brundler è di circa sei mesi dopo. Diventa effettivo nell’agosto del 2004 dopo una lunga trattativa con Morgan Stanley, conclusasi con un accordo che prevedeva la non divulgazione delle circostanze per le quali Brundler lasciava la banca».

Nel verbale Revelli offre agli inquirenti altri dettaglii: «Mi risulta personalmente che Brundler e Maron si sentissero quotidianamente. Giovanni Agnelli, come per altro capita per queste grandi famiglie, non aveva un rapporto diretto con Morgan Stanley. Fino alla normativa internazionale sul money laundering (la legge internazionale antiriciclaggio, n.d.r) capitava spesso che il reale beneficiario economico non risultasse nei documenti dell’apertura dei conti. Solo successivamente è stato necessario procedere alla identificazione del beneficial all’atto dell’apertura. Non posso dirlo con certezza, ma è molto probabile che in Morgan Stanley non vi fosse la firma di Giovanni Agnelli come effettivo beneficiario. Egli poteva agire solo attraverso i suoi fiduciari».

Alla luce delle dichiarazioni rese da Revelli, la Procura di Milano, quindi, iscrisse sul registro degli indagati per il reato di riciclaggio Maron, ma la sua posizione fu successivamente archiviata in assenza di prove concrete, le stesse che oggi la procura sabauda avrebbe acquisito

Nel 2007 Morgan Stanley, sempre nell’ambito dei procedimenti sull’eredita’ in corso, scriveva che «ci è stato raccomandato dal titolare del conto, il quale ordinò il pagamento di 109.658.000 euro (a favore di Margherita Agnelli n.d.r) che fu effettuato in data 26 marzo 2004, di non rivelare nessun dettaglio ulteriore riguardante tale pagamento».

Il conto “incriminato” quindi, a fine anni Novanta, conteneva, secondo le due procure che hanno indagato in questi 20 anni, circa 1 miliardo ma nel frattempo molti soldi sarebbero stati spostati in Liechtenstein, altro paradiso fiscale.

Il patrimonio “estero” di Gianni Agnelli e dei suoi eredi, presuntamente schermato con societa’ fiduciarie in varie banche di altrettanti paradisi fiscali, sta quindi emergendo pian piano ed a favore degli interessi della figlia che potra’ ottenere quanto realmente le spetta.

Agli italiani – che hanno visto per quasi un secolo crescere la famiglia del fondatore della FIAT di pari passo con l’economia del paese (fino alla rovinosa caduta e alla fusione americana di Marchionne fino ad arrivare al connubbio francese con Stellantis) – rimane senz’altro l’amaro in bocca nel pensare che molti fondi riconducibili agli Agnelli-Elkann – come scrive la procura – “sono stati occultati da bilanci e attivita’ del gruppo industriale”.

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